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Vorrei riportare qui le parole di capo Seattle degli Suquamish, tribù
dei Nativi d'America. Esse furono pronunciate al Concilio per il trattato
dello Stato di Washington del 1853, che avrebbe decretato il confinamento
degli indiani pellerossa nelle riserve. La corsa verso Ovest stava terminando.
"Ogni pezzo di terra è sacro per il mio popolo. Ogni collina, ogni
valle, ogni pianura e boschetto, sono stati consacrati da un evento
triste o da uno felice nei giorni da lungo tempo svaniti.
Persino le rocce, che sembrano mute e morte mentre luccicano nel sole
lungo la riva silenziosa di un lago, vibrano di ricordi d'eventi eclatanti
collegati alle vite della mia gente. E la stessa polvere sotto i vostri
piedi risponde più teneramente ai nostri passi che ai vostri, poiché
è ricca del sangue dei nostri antenati e i nostri piedi nudi sono consapevoli
del suo contatto affettuoso. I guerrieri che se ne sono andati, le madri
amorevoli, le ragazze gioiose e dal cuore felice, e persino i nostri
bambini che vissero qui e gioirono per una breve stagione, amano e ameranno
sempre queste solitudini ombrose, e la sera salutano schiere di spiriti
che ritornano a queste terre.
E quando l'ultimo uomo rosso sarà scomparso, e il ricordo della mia
tribù sarà divenuto soltanto leggenda tra gli uomini bianchi, queste
rive brulicheranno dei morti invisibili del mio popolo. E quando i figli
dei vostri figli penseranno di essere soli in un campo, nelle botteghe,
in un negozio, lungo la strada o nel silenzio di boschi senza sentieri,
essi non saranno soli.
Su tutta la terra non c'è un solo posto consacrato alla solitudine.
Di notte, quando le strade delle vostre città e dei vostri villaggi
si faranno silenziose, e voi le penserete deserte, esse pulluleranno
di coloro che un tempo riempirono questa terra e l'amano ancora oggi.
L'uomo bianco non sarà mai solo.
Che egli possa essere giusto e trattare bene il mio popolo, poiché i
morti non sono privi di potere.
Morti, ho detto? Non c'è morte, soltanto un avvicendarsi di mondi."
*
Queste parole raccontano la fine di un popolo. Non solo. Esse scavano
nelle interminabili profondità che ne segnano la storia, l'evoluzione,
che ne caratterizzano il destino e ne determinano il temperamento. È
una storia che volge inesorabilmente verso la sua rovina, ma orgogliosamente
reclama un posto nella memoria, memoria che non significa solo ricordo
ma forza vivente, monito per i popoli che verranno e per i giovani che
daranno inizio ad una nuova epoca. Non c'è futuro senza memoria, questo
è l'insegnamento di Capo Seattle. Ma c'è dell'altro in questo discorso,
qualcosa che avvicina fatalmente il destino del suo popolo al nostro,
la sua terra alla nostra, le sue tradizioni alle nostre.
Le colline, le valli, le rocce sembrano parlare a noi come hanno parlato
agli indiani e a tutte quelle genti che hanno vissuto un rapporto ancestrale,
naturale, con l'odore della terra bagnata, con la fatica dei campi,
con l'armonia dei cieli stellati e i colori dei boschi. Ogni luogo conserva
le tracce non soltanto dei popoli, delle generazioni che ci hanno preceduti,
ma anche della nostra storia personale. Da noi, dove la natura in molti
punti riesce ancora e nonostante tutto a dominare, un pezzo di terra
è sempre carico di significati, è sempre lo scenario dove abbiamo fatto
questo o quest'altro, dove c'è la masseria di quello o di quell'altro,
dove abbiamo visto e vissuto qualcosa o imparato qualcos'altro. Non
un morto cerchio su una cartina geografica. Ma non è facile raccontare
i rumori del bosco, il sole che filtra tra le querce, l'umidità delle
foglie quando è notte, la vita segreta degli animali selvaggi, i loro
occhi accesi di rosso.
Ricordo lo sguardo di mio nonno quando osservava il grano e l'orzo crescere
nei suoi campi. Non l'ho dimenticato e forse non l'ho nemmeno mai compreso
fino in fondo. Posso solo immaginare il ritmo di una vita che pulsava
all'unisono con quello dell'alba e del tramonto, delle stagioni e del
loro succedersi.
Le parole di capo Seattle ci dicono ancora una cosa però, probabilmente
la più importante. Ci insegnano ad andare incontro al futuro senza pretendere
di voler invertire il corso delle cose. Egli sa che l'uomo bianco è
deciso a non lasciare più spazio al suo popolo, non permetterà che esso
continui a vivere nel territorio incontaminato che fino ad allora lo
aveva protetto. Così noi, che il corso della storia ha condannato ad
uno stravolgimento, possiamo conservare il senso della nostra storia
solo se con serenità accettiamo la fine di un'epoca e custodiamo in
maniera vivente il segreto di questo miracoloso, anche se in un certo
modo ingiusto, "avvicendarsi di mondi".
D'altra parte Capo Seattle ci aveva avvertiti: "anche l'uomo bianco,
con il suo Dio che gli parlava come un amico fa con un amico, non è
esente dal comune destino umano."
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“Il Grande Capo parla”, Red edizioni, Como, 2000; pp. 23-24.
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